don Francesco Della Monica: «L’Osservatorio Caritas diocesana non vuole lanciare allarmismi. Vuole accorgersi prima di ciò che sta accadendo»

Ci sono momenti in cui una società sembra avere bisogno di molte cose contemporaneamente: nuove risposte, nuove risorse, nuove priorità. E poi ci sono momenti in cui la cosa più urgente è fermarsi e guardare meglio. È questa la preoccupazione che emerge dalle parole di don Francesco Della Monica, direttore della Caritas diocesana di Amalfi – Cava de’ Tirreni, che invita a leggere con attenzione ciò che sta accadendo sul territorio. Non attraverso l’allarmismo, ma attraverso l’ascolto delle persone e la lettura dei dati. Perché la povertà, oggi, raramente arriva annunciandosi. Spesso comincia da una rinuncia. Una visita medica rimandata. Un pieno di benzina che diventa un problema. Una bolletta lasciata sul tavolo. Un figlio che non può permettersi una spesa. Un anziano che comincia a uscire sempre meno di casa. Una persona fragile che perde il riferimento di un servizio. Presi uno alla volta sembrano problemi diversi. Messi insieme, raccontano una trasformazione sociale. L’analisi del nostro territorio è ancora più significativa proprio perché in luogo dove c’è tanto turismo, cultura e attenzione la povertà si insinua ancora più silente perché pochi detengono molta ricchezza.
don Francesco, perché sente il bisogno di richiamare oggi l’attenzione sulla povertà?
«Perché corriamo il rischio di accorgerci delle persone soltanto quando il loro problema è diventato grande e a volte irrimediabile. La Caritas diocesana ha un osservatorio privilegiato: non perché abbia una particolare capacità di prevedere il futuro, ma perché incontra ogni giorno persone che spesso arrivano da noi quando qualcosa nella loro vita ha già cominciato a rompersi. Il nostro compito, però, non dovrebbe essere soltanto quello di intervenire quando il problema è esploso. Dovremmo provare a riconoscere i segnali prima. Ecco perché l’Osservatorio Caritas è importante: non vuole lanciare un allarme, vuole lanciare uno sguardo. Sono due cose molto diverse. L’allarme, infatti, produce paura. Lo sguardo, invece, produce responsabilità».
Quali sono i segnali che state intercettando?
«Il primo è che la fragilità economica non riguarda più soltanto chi immaginiamo tradizionalmente come “povero”, questo fenomeno denunciato da tempo cresce sempre più velocemente e concretamente. È una distinzione importante. Ci sono persone che lavorano e fanno fatica. Famiglie che hanno un reddito ma non hanno più margine. Persone che fino a qualche anno fa riuscivano a gestire una difficoltà imprevista e oggi, davanti alla stessa difficoltà, rischiano di entrare in una spirale. Questo è un cambiamento enorme. La povertà non è soltanto non avere soldi. È anche non avere più spazio per sbagliare. Quando una famiglia vive al limite, basta un guasto alla macchina, una spesa sanitaria, qualche giorno di lavoro perso, una separazione, una bolletta più alta del previsto, perché l’equilibrio salti. E quando salta, non sempre si torna indietro facilmente».
Quanto pesa il costo della mobilità?
«Pesa molto più di quanto dicano semplicemente le cifre del distributore. Quando aumenta il carburante, non aumenta soltanto il costo del pieno. Aumenta il costo per andare al lavoro. Per accompagnare un genitore dal medico. Per raggiungere un ospedale. Per portare un figlio a scuola o a fare una terapia. Per spostarsi da un paese all’altro. Per chi vive in territori dove l’automobile è quasi indispensabile, la benzina non è un bene accessorio: diventa una condizione per poter partecipare alla vita sociale. Il 16 settembre il prezzo medio nazionale della benzina self sulla rete stradale era di 2,132 euro al litro; il gasolio era a 2,246 euro. Sono numeri che, per una famiglia con margini economici ridotti, non rimangono al distributore: entrano nel bilancio familiare e modificano le possibilità concrete di una persona». «E c’è un aspetto che mi preoccupa ancora di più. Quando una persona non può più permettersi di spostarsi, rischia di perdere non soltanto mobilità, ma accesso alle opportunità. E la povertà, molto spesso, comincia proprio così: con una porta che diventa troppo lontana».

Poi c’è la sanità. Perché la considera uno dei punti più delicati?
«Perché la salute è uno di quei diritti che pensiamo sempre di avere a disposizione, fino a quando non ci accorgiamo che per sempre più persone non è più così semplice accedervi. Il problema non riguarda soltanto il costo di una prestazione. Riguarda i tempi, gli spostamenti, le liste d’attesa, la capacità di orientarsi nel sistema, la presenza o l’assenza di qualcuno che accompagni una persona fragile. E poi c’è il tema dei medici di medicina generale. Non è una questione astratta. Il medico di famiglia è spesso il primo presidio per una persona anziana, sola, fragile. Secondo dati riportati dalla FNOMCeO sulla base di una stima della Fondazione GIMBE, nel 2026 mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e tra il 2019 e il 2024 il loro numero si è ridotto di oltre 5.000 unità. Entro il 2028 sono inoltre previsti 8.180 pensionamenti. Chi prenderà il loro posto? Quali politiche si stanno attivando per fronteggiare questo possibile vuoto? Questi numeri non sono soltanto numeri sanitari. Per la Caritas diventano una domanda sociale: chi accompagnerà domani le persone che oggi hanno già difficoltà a orientarsi nella sanità? E soprattutto: cosa succederà a chi non ha una famiglia che può farlo?»
Quindi la sanità rischia di diventare un nuovo fattore di disuguaglianza?
«Il rischio esiste, e va guardato con molta attenzione. Quando una persona ha cultura, disponibilità economica, automobile, rete familiare e capacità di orientarsi, riesce spesso a compensare le difficoltà di un sistema. Ma quando manca tutto questo, ogni complicazione diventa un ostacolo. Ecco perché dobbiamo smettere di considerare separatamente povertà economica, salute, solitudine, abitazione, trasporti e servizi. Nella vita delle persone queste cose non sono separate. Una persona può essere povera perché non ha lavoro. Ma può perdere il lavoro perché è malata. Può peggiorare la propria salute perché non riesce ad accedere alle cure. Può non accedere alle cure perché è sola. Può essere sola perché non riesce più a spostarsi. E così ci ritroviamo dentro una spirale nella quale non esiste un solo problema da risolvere».
È questo che intendete quando parlate di povertà multidimensionale?
«Esattamente. La povertà di oggi è sempre meno una fotografia e sempre più un intreccio. Il dato nazionale è significativo: nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di persone risultavano in povertà assoluta. Ma c’è un dato che, per il nostro lavoro, è forse ancora più importante. Nel 2025 la rete Caritas italiana ha accompagnato 282.539 persone, il valore più alto mai registrato, con un incremento dell’1,7% rispetto all’anno precedente. E oltre la metà delle famiglie sostenute dalla rete Caritas manifesta due o più forme di disagio: economico, abitativo, sanitario, lavorativo, relazionale o psicologico. Questo ci dice una cosa semplice ma decisiva: non basta più chiedersi “quanto è povera questa persona?”. Dobbiamo chiederci: “quante cose stanno diventando fragili contemporaneamente nella sua vita?” È questa la domanda che dovrebbe guidare le politiche sociali, sanitarie e anche il nostro modo di fare comunità».

E gli anziani?
«Gli anziani sono una delle cartine di tornasole più importanti. Non perché siano necessariamente i più poveri economicamente. Ma perché spesso sono quelli che subiscono più rapidamente l’effetto della perdita dei servizi e delle relazioni. Una persona anziana può avere una pensione dignitosa e tuttavia vivere una condizione di grande vulnerabilità. Perché se viene meno il coniuge, se i figli abitano lontano, se il medico non è facilmente raggiungibile, se il trasporto diventa difficile, se manca qualcuno che accompagni alle visite, la solitudine diventa una forma concreta di povertà. E dobbiamo avere il coraggio di dirlo: non tutte le povertà si vedono nel portafoglio. Ce ne sono alcune che si vedono quando nessuno telefona. Quando nessuno accompagna. Quando una persona smette di chiedere aiuto perché si è convinta che non serva a niente. Quando l’estate è infernale e non si hanno strumenti per fronteggiarla. Quando pure andar a fare la spesa diventa un dramma».
E le persone con disabilità?
«Anche qui dobbiamo stare attenti a non ridurre tutto al tema dell’assistenza. Una persona con disabilità non ha soltanto bisogno di prestazioni. Ha bisogno di poter vivere. Di avere relazioni. Di poter scegliere. Di poter uscire di casa. Di avere una famiglia che non sia lasciata sola davanti a ogni difficoltà. Il problema nasce quando la famiglia diventa l’unico welfare possibile. Finché una famiglia riesce a sostenere tutto, il problema rimane nascosto. Quando quella famiglia invecchia, quando un genitore si ammala, quando vengono meno le energie, quello che sembrava un equilibrio può crollare rapidamente. Per questo dobbiamo intervenire prima. Non aspettare che il caregiver non ce la faccia più. Non aspettare che l’anziano rimanga solo. Non aspettare che una famiglia arrivi al Centro di Ascolto dicendo: “Non sappiamo più cosa fare”. Il momento migliore per occuparsi di una fragilità è quando è ancora possibile sostenerla senza doverla chiamare emergenza.»
C’è anche il tema dei servizi e della loro complessità.
«Sì, ed è un tema che rischia di sembrare tecnico, ma non lo è affatto. Abbiamo costruito negli anni una quantità enorme di strumenti, bonus, servizi, procedure, piattaforme, misure. Ma una persona fragile non ha bisogno soltanto che il servizio esista. Ha bisogno di riuscire ad arrivarci. E qualche volta il problema non è l’assenza di una risposta. È la distanza tra quella risposta e la persona che dovrebbe riceverla. Se per ottenere un aiuto bisogna conoscere il linguaggio amministrativo, avere accesso a internet, compilare una domanda, conoscere le scadenze, produrre documenti, capire quale ufficio contattare, non tutti partono dalla stessa posizione. La burocrazia può diventare, senza volerlo, una nuova forma di selezione. Per questo credo che la rete dei servizi debba essere non soltanto efficiente, ma leggibile. Una comunità è davvero inclusiva quando anche chi è più fragile riesce a capire dove andare».
Lei parla di “bomba”. Non è un’espressione troppo forte?
«La uso con cautela. Non penso a una bomba nel senso dell’emergenza sociale che esplode improvvisamente. Penso piuttosto a qualcosa che si costruisce lentamente. Una famiglia che rinuncia oggi. Un anziano che si isola domani. Una persona che rimanda una cura. Un giovane che non riesce a rendersi autonomo. Un lavoratore che, pur lavorando, non riesce a sostenere il costo della vita. Un servizio che diventa più difficile da raggiungere. Presi singolarmente, possono sembrare episodi. Messi insieme, diventano una trasformazione della società. Ed è proprio qui che l’Osservatorio Caritas deve fare il suo lavoro. Non dire: “Sta arrivando una catastrofe”. Ma dire: “Guardate che questi segnali esistono. Che cosa vogliamo fare prima che diventino emergenza?”»

Quindi che cosa chiede Caritas?
«Chiede innanzitutto attenzione. Non possiamo occuparci della povertà soltanto quando arriva una persona alla nostra porta. Dobbiamo imparare a leggerla prima. Servono istituzioni capaci di ascoltarsi tra loro. Servono servizi sociali, sanitari, enti locali, scuola, associazioni, parrocchie e terzo settore capaci di condividere informazioni e responsabilità. Ma serve anche una cosa più semplice: tornare a guardarci intorno. Perché una comunità non si misura soltanto da quanti servizi riesce a offrire. Si misura anche da quante persone riesce a non lasciare sole. E questo non significa che la Caritas debba sostituirsi alle istituzioni. Al contrario. La Caritas deve continuare a fare quello che le è proprio: ascoltare, accompagnare, mettere in relazione, leggere i bisogni e richiamare tutti alla responsabilità. La carità non può diventare il tappo delle falle del sistema. Deve essere anche uno sguardo capace di dire dove quelle falle si stanno aprendo.»
Qual è allora il messaggio che vorrebbe lasciare attraverso l’Osservatorio?
«Che non dobbiamo avere paura dei dati. Dobbiamo avere paura, semmai, di non leggerli. Un dato non è una persona, ma può aiutarci a capire dove cercare le persone. E dietro ogni percentuale c’è qualcuno che sta facendo i conti. Con i soldi. Con il tempo. Con la salute. Con la solitudine. Con la propria dignità. Per questo non vogliamo raccontare una società spaventata. Vogliamo raccontare una società che si accorge. Perché tra l’indifferenza e l’emergenza esiste uno spazio enorme. È lo spazio della prevenzione. Della prossimità. Della responsabilità. È lo spazio in cui possiamo ancora scegliere di intervenire prima che una difficoltà diventi una condanna. E questo, forse, è il compito più importante di un Osservatorio: non prevedere il futuro, ma aiutare una comunità ad arrivarci più preparata.»
Non aspettare che la povertà faccia rumore
Le parole di don Francesco Della Monica riportano così la discussione sulla povertà a una questione meno immediata, ma forse più importante: quando decidiamo di accorgercene? I dati nazionali mostrano contemporaneamente segnali differenti. Nel 2025 la quota di popolazione italiana a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%, rispetto al 23,1% del 2024; nello stesso tempo, però, la grave deprivazione materiale e sociale è salita dal 4,6% al 5,2%. Non c’è quindi una fotografia semplice da consegnare all’opinione pubblica. Ed è proprio questa complessità che occorre imparare a leggere. La povertà assoluta resta intanto una realtà strutturale: nel 2024 ha riguardato oltre 2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di persone. Caritas aggiunge, attraverso il proprio osservatorio, un’altra chiave di lettura: nel 2025 la rete nazionale ha incontrato oltre 282mila persone e una quota consistente delle famiglie accompagnate presenta contemporaneamente più forme di vulnerabilità. È qui che la statistica incontra la vita. Perché una persona non vive dentro una tabella. Vive dentro una casa, una famiglia, un quartiere, un lavoro, una condizione di salute, una rete di relazioni. Quando queste dimensioni cominciano a indebolirsi contemporaneamente, la vulnerabilità cresce molto più velocemente della somma dei singoli problemi. E questo è il punto sul quale Caritas invita a riflettere.
Non siamo davanti a un’emergenza da annunciare. Siamo davanti a segnali da comprendere.
Il prezzo dei carburanti, la difficoltà di accesso ai servizi sanitari, la trasformazione della medicina di base, l’invecchiamento della popolazione, la solitudine, la disabilità, il costo della casa e la precarietà economica, l’overtourism non sono capitoli separati. Sono fili della stessa trama. E il rischio più grande non è soltanto che aumentino le persone che chiedono aiuto. È che aumenti il numero di persone che non lo chiedono più. Per vergogna. Per stanchezza. Per disorientamento. Perché non sanno a chi rivolgersi. Oppure perché si sono abituate a vivere con meno di ciò che sarebbe necessario. È qui che l’Osservatorio Caritas assume un valore che va oltre la raccolta dei dati. Osservare significa assumersi la responsabilità di vedere. E vedere, quando ancora c’è tempo, significa poter agire. Prima della rinuncia alla cura. Prima dell’isolamento. Prima della perdita della casa. Prima che un debito diventi insostenibile. Prima che una famiglia non abbia più energie per sostenere un proprio fragile. Prima che una persona smetta semplicemente di chiedere. La sfida non è costruire una società che non abbia fragilità. Una società così non esiste. La sfida è costruire una società nella quale una fragilità non sia costretta a diventare povertà, e nella quale una povertà non debba necessariamente diventare esclusione. È una differenza decisiva. E forse è proprio questa la domanda che oggi l’Osservatorio Caritas diocesana consegna alla comunità: quanto siamo capaci di accorgerci di una difficoltà prima che diventi un’emergenza?
Non è una domanda rivolta soltanto alle istituzioni. Riguarda tutti. Perché le grandi crisi sociali non arrivano sempre facendo rumore. A volte entrano nelle nostre comunità in silenzio. E quando finalmente le sentiamo, può essere già tardi.

Foto scaricate dai motori di ricerca e senza obbligo di citazione.
a cura di I. Favorito

