Carissimi operatori, volontari, benefattori e amici della Caritas diocesana,
la Pasqua non è una parentesi luminosa tra due fatiche, né un rifugio spirituale dove dimenticare il peso del mondo. È, al contrario, un attraversamento. La passione, la morte e la resurrezione di Cristo non sono simboli da contemplare a distanza, ma movimenti concreti che interrogano la nostra vita e il nostro tempo.
La passione ci parla di un Dio che non resta spettatore del dolore umano. Oggi quella passione ha i volti delle guerre che continuano a consumare vite e coscienze, spesso nell’indifferenza globale o nella distrazione selettiva. Ha il suono delle bombe ma anche quello più silenzioso delle parole che giustificano, normalizzano, rendono accettabile ciò che non dovrebbe esserlo mai. Non possiamo permetterci una fede che osserva e commenta: o entriamo nella ferita del mondo, o restiamo fuori anche dal Vangelo.
La morte, poi, non è solo quella fisica. È la stanchezza sociale che si respira nelle famiglie, negli anziani soli, nei giovani che non riescono a immaginare un futuro. È l’effetto concreto degli aumenti economici che stringono la vita quotidiana fino a farla diventare sopravvivenza. È la fatica di chi lavora e non arriva, di chi cerca e non trova, di chi ha smesso perfino di chiedere. Questa è la morte che incontriamo ogni giorno nei nostri servizi, nei centri di ascolto, nelle relazioni spezzate.

E tuttavia, la Pasqua non si ferma lì.
La resurrezione non è un lieto fine rassicurante, ma una rottura. È Dio che scompagina le logiche consolidate, che apre possibilità dove noi vediamo solo chiusure. Non è evasione dalla realtà, ma trasformazione della realtà stessa. E allora la domanda che ci viene consegnata non è “crediamo nella resurrezione?”, ma: dove la rendiamo visibile?
La Caritas non può limitarsi a gestire emergenze o a dare risposte tampone. Sarebbe troppo poco, e forse anche troppo comodo. Siamo chiamati a generare segni che disturbano, che fanno pensare, che obbligano anche chi osserva – penso ai giornalisti, agli operatori dell’informazione, ma anche a ogni cittadino – a interrogarsi su quale società stiamo costruendo. Non possiamo accettare che la guerra diventi una notizia tra le altre, né che la povertà venga trattata come un fenomeno inevitabile.
Occorre uno scatto. Non solo organizzativo, ma umano e spirituale.
A voi operatori e volontari dico: non perdete la capacità di indignarvi. Quando smettiamo di farlo, anche il bene che compiamo rischia di diventare routine. Restate inquieti, perché è l’inquietudine evangelica che tiene viva la carità. Investite sempre più risorse importanti nel costruire la rete affinché, tutti uniti e con le differenze che ci contraddistinguono, possiamo realizzare quel corpo mistico che è la Chiesa.
Un pensiero riconoscente va anche a voi, cari benefattori della Caritas diocesana. La vostra generosità silenziosa, la vostra attenzione concreta sono il cuore pulsante di tante azioni che ogni giorno permettono di sostenere chi si trova in condizioni di fragilità. Grazie al vostro sostegno, possiamo trasformare la speranza in gesti reali e restituire dignità a chi ne ha più bisogno. Il bene che seminate non è mai vano: è la radice di una Comunità più giusta e solidale. Il vostro sguardo “compassionevole”, evangelicamente parlando, è la capacità di rompere i segni generati dal peccato per far fiorire i gesti della Grazia.
A voi amici, fratelli e sorelle che attraversate momenti difficili: non siete destinatari passivi di aiuto. Siete parte viva di questa Comunità. La vostra esperienza, la vostra resistenza, la vostra voce sono essenziali per costruire percorsi nuovi. Nessuno è solo un bisogno: ognuno è una storia che può generare cambiamento.
Questa Pasqua, allora, non sia una tregua, ma un inizio.
Abbiamo bisogno di Comunità che non si limitino a tamponare le crepe, ma che abbiano il coraggio di chiedersi perché quelle crepe esistono. Abbiamo bisogno di uno sguardo che non si abitui al dolore, ma che lo riconosca ogni volta come inaccettabile. Abbiamo bisogno di una fede che non tranquillizza, ma che muove.
Cristo è risorto. Non per consolarci, ma per rimetterci in cammino.
E se davvero crediamo che la vita ha l’ultima parola, allora questa parola deve cominciare a sentirsi già adesso, nelle nostre scelte, nelle nostre opere, nel modo in cui abitiamo questo tempo fragile.
Vi auguro una Pasqua che non lasci le cose come sono.
Con affetto e immensa gratitudine,
don Francesco Della Monica
Direttore Caritas Diocesana


